venerdì, 28 agosto 2009, ore 17:25
postato da Anyanka in riflessioni, antico testamento • P.link

Questo post non vuole essere contro nessuna religione, perchè rimango e sono agnostica.

Influenze

Antico testamento

Le antiche tradizioni del popolo ebraico, raccolte nella Torah e nei libri profetici, hanno al loro interno riferimenti alle divinità e alle pratiche di culto dei popoli limitrofi, quali Cananei, Edomiti, Ammoniti, Moabiti, Babilonesi e Assiri. Esistono elementi mitologici che richiamano temi da altre culture dell'Antico Vicino Oriente.

La storia del popolo ebraico viene fatta iniziare con Abramo, ma l'unica fonte storica disponibile a lui relativa e ai patriarchi è il libro della Genesi, che dovrebbe essere stato redatto nel V secolo a.C.

Nessuna delle fonti scritte dell'Antico testamento è precedente all'età ellenistica, i primi papiri delle caverne di Qurmran risalgono al primo secolo a.C.. In quell'epoca i testi furono sottoposti a correzioni per riprodurre una coerenza teologica e diminuire così gli elementi mitologici.

La storia del diluvio si basa sulla versione babilonese, sebbene abbia assunto nella versione biblica un altro significato.

La storia del diluivio di Ninive (TAVOLA XI DELL'EPOCA DI GILGAMESH)

Utnapishtim, che abtia nella città babilonese di Shurrupak, riceve un messaggio dal dio EA che lo avvisa del prossimo Diluvio scatenato dagli dei e gli dice di costruire un'imbarcazione con misure precise. Gli consiglia, inoltre, di rispondere alle domande dei suoi concittadini affermando di prepararsi a vivere con EA nella sua dimora acquatica sottoterra. Quando l'imbarcazione è pronta, vi fa salire la sua famiglia e la carica con oro, argento e tutte le specie di creature viventi. Al momento stabilito, le dighe scoppiano, le acque sotterranee si gonfiano e inizia a piovere. La tempesta è così violenta che persino gli dei si rannicchiano come cani. Giunti al settimo giorno, il diluvio cessa e quanto Utnapishtim apre una feritoia e guarda all'esterno, comprende che la sua imbarcazione si è arenata. Libera allora una colomba che, non trovando alcun luogo dove riposare ritorna all'imbarcazione. Anche la rondine fa la stessa cosa; infine lascia libero un corvo, che ritorna. L'uomo fa sbarcare la famiglia, offre in sacrificio libagioni e brucia incenso. Gli dei sentendo i dolci profumi, si riuniscono come mosche intorno al sacerdote e alla sua offerta. Giunge quindi la Dea Madre, piangendo la morte delle sue creature e giurando che non dimenticherà mai quello che è accaduto. Accusa Enlil della distruzione quasi completa dell'umanità. Sebbene Enlil sia furioso perchè una famiglia si è comunque salvata, si placa quando EA gli confessa di essere stato lui a organizzare la fuga di Utnapishtim. Enlil benedice l'eroe e sua moglie, concedendo loro la vita eterna.

Esistono altre versioni del diluvio universali sia babilonesi che assire.

Nella mitologia babilonese si legge:"... dal sangue mischiato ad argilla EA crea l'uomo..." Nell'antico testamento: "Allora Dio, il Signore, prese dal suolo un po' di terra, con quella plasmò l'uomo..."

La torre di Babele

La torre biblica potrebbe essere la gigantesca ziqqurat iniziata dal sovrano babilonese Nabucodonosor I (XII sec. a.C.). La ziqqurat Etemenanki, dedicata al dio Marduk, nel periodo Nabopolassar era alta 62 cubiti (circa 15 o 23 m). Fu visitata da Erodoto, che nonostante le varie distruzioni causate dal re persiano Serse I, la descrive come un monumento imponente. Per questa sua "grandezza" fu considerata dagli Ebrei simbolo di arroganza.

Sodoma e Gomorra potrebbe, ma qui non si è sicuri, trarre la propria origine dalla mitologia greca di Filemone e Bauci.

Un'altra cosa che si trova nei racconti biblici è abbandonare i figli nel fiume in ceste di vimini come... "La regina di Nesha... mette i bambini in ceste di vimini e quindi li getta nel fiume..."

Any

L'Atrahasîs (atra-hasîs, "il sommamente saggio") è un poema epico in lingua accadica della prima metà del II millennio a. C. (da alcuni datato al XVIII secolo a.C.) di circa 1250 versi, che contiene, con alcuni elementi di novità, una serie di miti tradizionali mesopotamici, quali ad esempio quelli della Creazione e del Diluvio riferiti da precedenti poemi sumerici come Enki e Ninmah e la Genesi di Eridu.Il mito del Diluvio sarà ripreso nel XII secolo a.C. dall'Epopea di Gilgamesh, rappresentata dal poema babilonese Enuma elish ("Quando in alto"), e dalla Bibbia e dal Corano. (Wikipedia)

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martedì, 28 luglio 2009, ore 18:45
postato da Druminilta in la bibbia, letture sacre • P.link

Non sono un'esperta, nel senso che da piccola ho letto i Vangeli grazie al Catechismo, ma poi ho accantonato tutto, così come pure l'esercizio della fede......eh si....
Ho cominciato a leggere la Bibbia per intero da poco, sarò arrivata all'Esodo, spinta da diverse motivazioni tra cui la voglia di conoscere un tantino meglio quella che sarebbe la mia religione visto che ci sono alcuni punti del cattolicesimo, che mi portano sulla strada del dubbio.... Allora ho iniziato a soffermarmi maggiormente sul Cristianesimo delle origini leggendo dei saggi e dei libri, motivata da questa voglia di conoscere meglio le sue radici e quello che era il suo "aspetto" e il suo spirito al principio.

Le parole si sprecherebbero. Per alcuni, di fatti, la Bibbia, o meglio la Parola, non è la religione (che è fatta dagli uomini), ma è la Fede (che è divina). Non so se sono chiara.
Per alcuni è una bella storia....
Per altri un codice di vita, uno psicologo nei momenti di rabbia e stress.
Per molti una lettura noiosissima e improbabile, per altri interessantissima ed illuminante.
Ho conosciuto delle persone, ultimamente, molto fedeli che esprimevano radiosità e serenità da ogni poro e che mostravano una fede così sicura, così indistruttibile di fronte alle disgrazie più funeste, (semmai solo incrementabile), che sinceramente mi sono chiesta se non fossi io quella che non aveva ancora capito niente della vita o per quale strano motivo non fossi ancora stata colpita dall'illuminazione.....

Beh, voi avete mai letto la Bibbia?
Che ricordo ne conservate?
Per voi cosa significa? Potreste essere dei credenti o dei semplici studiosi o curiosi o critici (per professione o per natura ) .....questo non importa, ma qual è il vostro punto di vista?
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lunedì, 06 luglio 2009, ore 16:12
postato da Druminilta in amore, george gordon byron • P.link

(Da "Pellegrinaggio del giovane Aroldo")


Così, più non andremo
In giro senza meta,
Nella notte fonda
Anche se il cuore vuole ancora amore
E la luna risplende luminosa.

Perchè, come la spada logora il suo fodero,
L'animo consuma il petto:
Deve placarsi allora il cuore
E l'amore stesso riposare.

Così, anche se la notte fu creata
Per amare; anche se il giorno
Ritorna troppo presto: noi
Più non andremo in giro senza meta
Alla luce della luna.




So, we'll go no more a-roving
So late into the night,
Though the heart be still as loving,
And the moon be still as bright.

For the sword outswears its sheath,
And the soul wears out the breast,
And the heart must pause to breathe,
And love itself have rest.

Though the night was made for loving,
And the day returns too soon,
Yet we'll go no more a- roving
By the light of the moon.



La notte...
Quanti artisti hanno prodotto le loro migliori creazioni isipirati dalla notte, da quei paesaggi rischiarati alla luce della luna bassa, da quel silenzio imperturbabile e così intimo...
La notte ha tante facce, è miseriosa, terrificante, cupa, minacciosa e malinconica, ma è anche la madrina dell'amore, della passione e la consolatrice di tanti cuori irruenti...
Nessuna musa le è eguale...

Voi uomini innamorati che questa notte vagherete senza direzione nell'oscurità, placate il vostro petto ancora colmo di desiderio, ritiratevi e abbandonatevi al ricordo nostalgico della luna. Perchè amare troppo è logorarsi il cuore.
Ma assopiti dalla quiete ritornerete lì, a desiderare quel dolce e caro tormento che tanto vivo rende il vostro animo e la vostra mente. Perchè amare è accendere ogni spirito in noi.

Post un pò smielato, mi sentivo abbastanza rromantica! :-)
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domenica, 05 luglio 2009, ore 17:07
postato da Druminilta in storia, streghe, wicca, acque stregate • P.link

Ho letto il saggio di Anyanka, poco tempo fa, tutto in una volta e con molta voracità. Mia madre mi chiese che cosa avrei potuto capirci leggendo così velocemente, ma  in realtà l'argomento era davvero interessante per fare troppe pause o rischiare di perdere l'attenzione.
Non solo l'argomento in sè è interessante (questo potrebbe essere soggettivo poichè altri potrebbero non preferirlo), ma è la "costruzione" dell'autrice a dare un tocco pregiato al testo. Scorrendo ogni pagina, riflettendo su ogni sua affermazione, si ha come l'intuizione del lavoro di "ricerca" da lei condotto e della "consapevolezza" delle proprie analisi e concezioni. Inoltre, l'elemento singolare del testo è che si presta ad un numero davvero vasto di possibili studi. Intendo proprio il fatto che esso possa intrattenere un appassionato di religioni neo pagane quanto un appassionato di tradizioni e storie popolari, uno storico quanto un antropologo, un appassionato di miti e leggende quanto un amante delle popolazioni precristiane e della loro cultura, un curioso di streghe, magia e, volendo, anche di religioni monoteiste. E potrei ancora andare avanti. Non a caso il saggio offre numerosi spunti di riflessione e curiosità e stimola l'approfondimento. Giunta alla metà del testo infatti non ho resistito e sono andata a tuffarmi nella bibliografia, molto ricca, per scoprire così titoli davvero appetibili, di alcuni dei quali ero pure in possesso.
Fare un riassunto del libro è impossibile, proprio perchè si toccano numerosi argomenti, potrei però dire quali sono i punti attorno i quali ruota il progetto dell'autrice, o, per lo meno secondo quanto io ho intuito. Si parla certamente di streghe, e lo si fa in maniera seria, quindi secondo un approccio storico ed interculturale, cercando di delineare i tratti di una "figura" millenaria che, guarda un pò, resiste pure nelle nostre società moderne e tecnologiche. Si cerca di capire come il suo personaggio si sia evoluto nel tempo e perchè abbia assunto differente ruolo ed aspetto in diverse società.
Il saggio tratta l'esistenza del divino, di qualsiasi forma e natura esso sia, e come l'uomo ne abbia sempre avuto bisogno. E' inoltre una ricerca sulle nostre tradizioni, a volte vicine, altre giunte da molto lontano nel tempo e nello spazio, una ricerca sulle nostre origini e le nostre convinzioni in una società dove è facile mescolare il "cristiano" al "pagano" in maniera impercettibile e del tutto inconsapevole.
Si parla della Wicca, delle sue feste e dei suoi principi e della sua origine.
Ma c'è davvero molto altro, il mio commento è certamente riduttivo e non rende onore alla mole di informazioni contenute nel saggio, potrei ancora citare Avalon, gli Egiziani, lo shamanesimo, le fate, le erbe guaritrici, le Veneri paleolitiche....
Ora ad esempio so perchè la strega è sempre associata alla scopa e perchè i gatti neri incutono così tante superstizione paure!
Inoltre il saggio risulta davvero scorrevole e, a impreziosire il tutto, sono presenti i racconti e le leggende ascoltate da Anyanka e narratele da contemporanei o estrapolate da diversi libri e provenienti dalle più svariate parti d'Italia.
Il saggio si conclude con un piccolo "assaggio" di quello che è il pensiero e il bagaglio spirituale dell'autrice, che ancora una volta ci induce a riflettere sulle nostre, spesso, inestirpabili convinzioni.
E' un libro per chi vuole conoscere e "pensare", per chi vuole approfondire e non vuole fermarsi alla convenzionale "realtà" presentataci da una società che spesso sa davvero poco.
Comlpimenti Anayanka!

Fra la bibliografia di Acque Stregate c'è anche "Il fato e la superstizione" di Plutarco che spero di leggere a breve poichè incuriosita da una delle frasi citate dall'autrice come introduzione ad un suo capitolo: "...l'ateismo è solo un ragionamento distorto, mentre la superstizione è uno stato d'animo che nasce da un ragionamento errato..."

Ah, dimenticavo....la copertina è splendida, vale la pena avere il libro fra i vostri scaffali già solo per questo! Ed è stata realizzata sempre dall'autrice!

perladipietra.splinder.com/post/20013569/Acque+stregate%2C+il+libro

www.lulu.com/content/5550989
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martedì, 12 maggio 2009, ore 16:07
postato da Druminilta in jane austen, labbazia di northanger • P.link

L'Abbazia di Northanger è forse uno dei libri meno conosciuti di Jane Austen. Nell'immaginario comune sono probabilmente rimasti più impressi personaggi come Darcy, Elizabeth, Emma o il colonnello Brandon. Ma io sento di dover dare onore al dimenticato e meritevole Mr Tinley, che nella sua veste forse non eccessivamente delineata e nel suo piccolo angoluccio, ha costituito un interessante modello e, per me, una fantasiosa attrattiva.
Ma prima di venire al dunque accenniamo in breve al romanzo in sè.
Mai come nell'Abbazia di Northnager ho avuto la sensazione che la sua autrice scrivesse la storia con l'intento e il piacere di divertirsi mentre la rileggeva. Ci sono dei caratteri e dei piccoli avvenimenti che fanno davvero sorridere.
Come nello stile di Jane Austen il romanzo non presenta eventi memorabili o eccezionali, ma la sua autrice si diletta ad osservare e descrivere con arguto intuito la società in cui vive, regalandoci personaggi la cui psicologia, le cui manie, i cui difetti e pregi sono gettati allo scoperto per il nostro piacere.
Catherine Morland è la protagonista, una giovane donna che non si distingue per una bellezza straordinaria, un'intelligenza sorprendente, un caratterino imponente o una grazia angelica. Insomma, non si distingue e basta. Non dotata di particolari doti o interessi, ad eccezione dei romanzi gotici in voga all'epoca, accetta di trascorrere qualche tempo a Bath insieme ai suoi benestanti vicini di casa. In questa località farà numerosi incontri e così l'autrice ci fornirà una piccola schiera di personaggi che rappresentano modelli già consolidati nel tempo: l' amica che dice una cosa e poi ne fa un'altra o che promette mari e monti ma poi reinterpreta le sue dichiarazioni; lo spasimante pieno di sè che non fa altro che ciarlare troppo, attribuendosi chissà quali mirabolanti meriti per poi scoprire che è tutto frutto della sua invenzione, e via discorrendo. Personaggi che non hanno luogo e tempo ma che per tutti noi è facile incontrare ogni giorno. E' proprio lì che Catherine incontra il giovane Mr Tinley e la sua famiglia. Sarà invitata nella loro dimora, la vecchia Abbazia di Northanger appunto, e lì, con i sensi offuscati ed eccitati per via di tutti gli avventurosi e paurosi romanzi gotici letti, Catherine si convincerà che all'interno dell'Abbazia si celi un tremendo e macabro segreto. Crede infatti che il padre di Tinley abbia tenuto segregata per anni la moglie, in realtà morta da tempo. Svelato l'inesistente mistero e superata l'opposizione del padre di Mr Tinley al matrimonio del figlio con Catherine, i due convoleranno a felici nozze.
E' proprio divertente lo stile di Jane Austen quando descrive i movimenti e le sensazioni della protagonista all'interno dell'Abbazia come se si trattasse di un romanzo horror. Di fatti la sua opera vuole essere una parodia dei due generi più in voga all'epoca, il romanzo sentimentale e quello gotico che hanno prodotto una letteratura infinita pure colma di piccole opere di dubbio valore artistico.
Questo fu uno dei primi romanzi di Jane Austen, venne da lei venduto ad un autore che però decise di pubblicarlo parecchi anni dopo e comunque solo dopo la sua morte.

Passiamo a Mr Tinley. Personalmente Darcy non mi ha mai affascinata più di tanto, diciamo che il suo cambiamento di atteggiamento nei confronti di Elizabeth mi è apparso molto romantico e mi ha mostrato un uomo che ardeva per amore e non riusciva più a tenere conto delle sue razionali priorità da nobile, ma Darcy in sè non mi ha mai colpito. Il colonnello Brandon invece mi piaceva parecchio e, come diceva Anyanka in uno dei suoi post, mostrava davvero bontà d'animo. Ma sopra tutti secondo me ci sta Tinley!
Tinley è un ragazzo ironico e divertente, il suo modo di conversare è vivace, schietto ed interessante;  sin dal primo incontro con Catherine, riesce a strapparle delle risatine, di quelle che però le damine non possono esternare e allora preferiscono girarsi dall'altro lato.
Tinley è un quasi profondo conoscitore del mondo femminile, dei bei versi contenuti nei diari di ogni giovane fanciulla, dei loro pensieri, delle loro letture preferite, del loro modo di scrivere una lettera e persino della loro moda. Esperto conoscitore dei tessuti dei loro vestiti, s'interessa all'argomento senza noia e come se il fatto di aiutare sua sorella nella scelta di alcuni abiti fosse la cosa più naturale al mondo.
Tinley è davvero signorile. Inoltre non si lascia andare ad acide frecciatine quando subisce un piccolo torto o un'offesa o quando gli avvenimenti prendono una piega storta, ma con molta diplomazia esprime la sua schietta opinione e si distacca dalla compagnia.
Tinley sa aspettare.
Tinley è molto intelligente, sa stare al suo posto e non apre bocca per dire scemenze o amplificare suoi meriti o pregi.
Tinley non ha peli sulla lingua e quando scopre che Catherine sospetta che suo padre tenga segregata sua madre in una stanza buia, con molta gentilezza le spiega il tutto e poi le chiede se abbia avuto una minima idea della tremenda e orribile natura dei suoi sospetti. Catherine ovviamente fugge via in lacrime, colma di vergogna ed indicibile imbarazzo e, quando dopo qualche ora è costretta a scendere insieme agli altri per la cena, è paurosamente mortificata e si aspetta che Tinley assuma nei suoi confronti un atteggiamento freddo e distaccato e non la ami più. Ciò che si ritrova davanti è invece un ragazzo ancora più gentile e premuroso di prima, cosciente che mai come in quel momento Catherine avesse bisogno di dolcezza e conforto.
Dove si trovano uomini così?
Inoltre Tinley, che ama divertirsi attraverso le semplici cose e ama la compagnia dei suoi cari, vuole sposare Catherine e lo fa nonostante il parere negativo del padre un pò dispotico, il generale Tinley, che solo dopo un pò di tempo concederà il suo consenso.
Io credo che in questo risieda la grandezza, la forza e la bontà d'animo di certi uomini. Che dobbiamo farcene di muscoli, ciuffi perfetti, scarpe alla moda, arroganza e vanità, se i cervelli sono poi raggrinziti e i cuori fiacchi?

Conludo riportando la parte finale del romanzo di Jane Austen.
"E' mia convinzione, quindi, che l'ingiusta interferenza del generale, ben lungi dal danneggiare realmente la loro felicità, l'ha forse piuttosto favorita, facendo migliorare la loro conoscenza reciproca e rafforzando il loro amore. Lascio pertanto stabilire a chi di dovere se quest'opera tende a raccomandare la tirannia dei padri o piuttosto a ricompensare la disobbedienza dei figli."

Ps: il romanzo gotico citato nell'Abbazia di Northanger è "I misteri di Udolpho" di Ann Radcliffe. Citato pure da William Makepeace Thackeray ne "La fiera della vanità".
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domenica, 05 aprile 2009, ore 10:39

 

Il viaggio della Strega bambina di Celia Rees

E' un libro che si legge tutto d'un fiato. In forma "quasi epistolare", una sorta di diario. Il diario di una strega bambina. Diviso in tre parti: la fuga dall'Inghilterra, il viaggio in nave, la vita nei pressi di una foresta, non lontano da Salem. Nel romanzo si affronta il tema del diverso: la guaritrice, la donna, la ragazza sola, il selvaggio/l'indiano. Mary è una ragazzina libera, diversa, per sua stessa ammissione: una "curatrice", una "veggente". Non segue le regole del "branco", non crede alla superstizione, non si abbandona a stupidi pregiudizi. Mary non teme la foresta, anzi, da essa trae molte lezioni, conosce il popolo degli Indiani, impara a distinguere le erbe. E' diversa dalle altre ragazze/bambine del villaggio, non pensa a "mettere su famiglia", non punta ad un uomo, non cade in tentazione e soprattutto non cede alle lusinghe, nè si fa ricattare da coloro che l'additano come "strega" o da quelle che le domandano "incantesimi d'amore". Coraggiosa, impulsiva e libera. Nasconde le pagine del suo diario in una trapunta, e fugge da morte certa, rifugiandosi nel bosco, quel bosco che incute terrore agli uomini bianchi, "puritani", del 1600.

E' una lettura che trascina... coinvolgente, attuale.

La luce negli occhi di Haria

Ci sono molte "Haria", in fuga dal proprio "destino", alla scoperta del senso della "vita" e della "libertà". Donne "magiche", forti, "guerriere". In fuga, nel bosco. Nelle loro vene scorre un sangue potente, quello "drusco", un sangue di donne consapevoli, di spietata bellezza. Accomunate da una strana luce verde negli occhi, e da un filo suggestivo che  le lega nei secoli.

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venerdì, 06 marzo 2009, ore 23:00
postato da Anyanka in streghe, wicca, acque stregate • P.link

Il libro è in rete

ACQUE STREGATE

Per acquistarlo basta essere iscritti a Lulù, ed essere in possesso di:

una carta di credito

o

una carta di credito prepagata

o

- paypal.

ps: mi sono arrivate 2 copie, quindi la spedizione è sicura...

Per ulteriori informazioni... basterà scrivermi.

Il libro tratta di streghe, wicca, stregheria, leggende, tradizioni e altro.

Anticipazione:

 

Dal 1700 il vocabolo sciamanesimo è stato utilizzato per individuare le pratiche religiose dei popoli altaici, paleosiberiani e uralici; la parola stessa ha origine nella lingua del popolo degli Evenki (un popolo alcaico), che con il termine šaman raffigurava il personaggio principale delle loro cerimonie. Col tempo il vocabolo sciamanesimo ha racchiuso nel suo significato l’esperienza religiosa di varie etnie. La figura dello sciamano si incontra in tutti i continenti, soprattutto nelle popolazioni nomadi. Le origini di tali pratiche sembrano risalire al Paleolitico (tra il 30000 e 10000 a.C.), le cui tracce sono state scoperte nelle caverne di Altamira (Spagna meridionale), di Rocamadour e Lascaux (Francia) e nei graffiti siberiani dell’epoca. In alcuni testi, come “I canti degli sciamani” a cura di F. Paolo Campione, sono stati raccolti dei “canti” di alcune popolazioni, spesso tramandati da sciamano a sciamano; ricercatori ungheresi, finlandesi e russi, a partire dalla metà del secolo scorso, riuscirono a raccogliere una buona parte del materiale. Lo sciamano è una figura straordinaria, il tramite tra l’umano e il divino: guaritore, erborista, mago, uomo di medicina. Le popolazioni eschimesi chiamano lo sciamano elik, colui che ha occhi; i siberiani enenalan, uomo illuminato; i cinesi cheng-jen, l’iniziato.

***

 Inizialmente la Dea, come nelle statue provenienti dalla Creta Minoica, veniva raffigurata in compagnia di animali come serpenti e gatti, entrambi demonizzati dalla concezione cattolica. Il serpente, secondo la tradizione biblica, diviene il simbolo della “conoscenza”, della “penetrazione”, e induce Eva al peccato. Il gatto compare come animale sacro ne “Libro dei morti” (Egitto), dove uccide il malvagio serpente Apophis, strappandogli la testa. Nell’Antico Egitto questo animale era protetto dalla Dea Bastet, il quale culto raggiunse una tale diffusione, che chiunque avesse recato danno ad un gatto, sarebbe stato punito dalla legge; ciò nonostante i navigatori Fenici li contrabbandarono fuori dal paese, insieme ad altre merci ritenute preziose. Grazie ai Romani, il gatto raggiunse le Isole Britanniche; nella Roma antica i gatti erano sacri a Diana e si pensava avessero poteri magici, quando moriva un gatto nero, le ceneri venivano sparse sui campi come simbolo di fertilità; presso i Germani questi animali erano sacri alla Dea Freya. Per questa origine pagana, il gatto venne più volte indicato come la personificazione del male, ed è probabile che il costume francese di murare il gatto tra le mura di una chiesa, volesse dare ad intendere il trionfo del bene sul male. Nell’Europa medievale le fate, da prima eleganti e bellissime, vennero trasformate dagli scrittori in esseri malefici, stessa cosa accadde per i gatti, i quali venivano uccisi nei campi a sprangate dopo le messe o seppelliti vivi nei crocicchi.

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sabato, 22 novembre 2008, ore 13:16
postato da Anyanka in ray bradbury, lestate incantata • P.link

Sono in rete da otto anni, e da otto anni cito il mio libro preferito, "L'estate incantata", senza aver mai osato scrivere qualcosa di serio a riguardo. Ci provo.

Perchè Amo l'Estate incantata?

La prima volta che lessi il testo di Bradbury avevo 14 anni, me lo donò la mia ex migliore amica... da allora, ne regalo una copia ai "più che conoscenti", con qualche salto mortale (è praticamente sparito dalle librerie). Grazie a questo libro, iniziai ad amare il mio ex, perchè anche lui, come me, lo conosceva, lo so... sono strana .

La scrittura di Bradbury ha quel certo "tocco", quel certo spessore, che manca nei romanzi moderni. A differenza di altri scrittori, cattura il lettore attraverso l'analisi dei sentimenti, portandolo in un regno immaginifico, dove i protagonisti sono "infantili". L'Estate incantata, che in originale si chiama "Dandelion wine" (vino di dente di leone, da noi conosciuto come tarassaco), è una "fiaba" corale. Il palcoscenico è Green Town, e nel ripetersi dei riti estivi (le scorpacciate di gelati, la raccolta delle more, la preparazione del vino di dente di leone, le chiacchierate serali) si sviluppano le varie vicende, apparentemente superficiali.

Douglas, il protagonista principale di questa opera, considerata a torto minore, scopre la vita e la morte. La grandezza di Bradbury sta nel raccontare la paura, il dolore, l’odio, l’amore, l'infanzia e la vecchiaia, seguendo una linea logica, mai psicologica, incentrando la storia nel magico, quasi fiabesco. E sebbene l'esistenza quotidiana abbia la meglio sull'intreccio narrativo, a vincere è il fascino profondo della vita, che noi diamo per scontata.

La vita

Ho avuto un'infanzia, nonostante tutto, felice, e come il protagonista, Douglas, ho scoperto di essere viva in un giorno d'estate. Questo episodio, che per i cinici può sembrare "normale", fa parte dell'esistenza stessa dell'essere umano. Chi sono?, è una domanda che ci poniamo da sempre.

"Porterò io i secchi" disse. "Per stavolta, fate portare tutto a me."

Gli diedero i secchi sorridendo, leggermente sorpresi. Douglas incominciò a camminare, barcollando per il peso del raccolto, dei frutti densi di sciroppo stretti nelle braccia, che gli arrivavano quasi a terra. Voglio sentire tutto quello che c'è da sentire, pensò. Sentirmi stanco, per esempio: non devo dimenticarlo, SONO VIVO, so che sono VIVO, e non devo dimenticarlo nè stasera nè domani, nè il giorno dopo.

 

La morte

Ci insegnano che la morte faccia parte della vita, nonostante tutto essa ci coglie impreparati. La bellezza del libro... sta nel riuscire a raccontare questa esperienza dolorosa attraverso gli occhi di un bambino, senza scadere nella retorica, o meglio, nel patetico.

Tom aveva solo dieci anni. Sapeva poco della morte, della paura, del terrore. La morte era la creatura di cera che avevano messo nella bara quando lui aveva sei anni e il bisnonno se n'era andato. La morte era la sorellina che un giorno, quando lui aveva sette anni, lo aveva fissato immobile nella culla, con gli occhioni spalancati, vitrei e ciechi, ed era rimasta così finchè non erano venuti a prenderla degli uomini con un piccolo feretro di vimini. La morte era la sensazione che Tom aveva provato un mese dopo, guardando il seggiolone di sua sorella e sapendo che non ci si sarebbe seduta mai più, che non avrebbe mai più pianto o riso, rendendolo geloso col solo fatto di essere nata. Era quella, la morte....

Il dolore e l'odio, la perdita di un'amicizia

Nell'infanzia, a dispetto di quello che si pensi, i sentimenti sono amplificati. Siamo frutto del "passato".

I ragazzi si sparpagliarono di qua e di là, gridando. John fece pochi passi, poi s'immobilizzò dov'era. Douglas contava lentamente. Voleva che tutti avessero il tempo di allontanarsi e perdersi nei rispettivi mondi. Quando il momento di frenesia si fu placato, Douglas raccolse il fiato e disse: "Fermi, ora!". Tutti si bloccarono nella posa del momento. Lentamente Douglas si avviò verso John Huff, che sembrava un cervo di bronzo nel crepuscolo. In lontananza gli altri ragazzi stavano chi con le mani per aria, chi con la faccia stravolta, chi con gli occhi lucenti come un animale impagliato. Ma John era diverso, John era solo ed immobile, e nessuno poteva rompere l'incantesimo di quel momento. Douglas cominciò a girare intorno alla statuina, prima da una parte e poi dall'altra. La statua non si muoveva, non parlava. Guardava l'orizzonte, un leggero sorriso sulle labbra. (...) "Ora non muoverti, John, non battere nemmeno le ciglia. Ti ordino di rimanere fermo e di non spostarti da dove sei per le prossime tre ore!" "Doug..." John aveva mosso le labbra. "Di marmo!" disse Douglas. John guardava ancora il cielo, ma non sorrideva più. "Devo andarmene sussurrò." (...) "Faremo ancora un gioco" disse John. "Ma stavolta la conta la faccio io. Correte!" I ragazzi si misero a correre. "Fermi, ora!" I ragazzi si bloccarono, Douglas fra loro. "Non muovete un muscolo! Non un capello!" John si avvicinò a Douglas: "Ragazzi, è così che si fa". Douglas guardava il cielo della sera. "Per i prossimi tre minuti rimanete immobile come statue!" Douglas sentì John camminargli intorno, proprio come aveva fatto lui qualche momento fa. John lo colpì al braccio una volta, non seriamente. "Addio" disse.  Poi ci fu un rumore di passi in corsa, e senza bisogno di voltarsi capì che non c'era più nessuno dietro di lui. Lontano, un treno fischiò. Douglas rimase immobile per un lungo minuto, aspettando che l'eco dei passi in corsa si fosse spenta; ma non si spegneva. Sta ancora correndo, ma non sembra si allontani. Perchè continua a correre? Poi si rese conto che il tonfo era quello del suo cuore, e gli martellava nel petto. Ferma! Douglas si portò una mano al petto. FERMATI! Non mi piace il tuo rumore! Scoprì di essersi messo a camminare; si muoveva fra le altre statue, ma non sapeva se anche loro fossero tornate in vita. Non sembrava. "Se è per questo" pensò "anch'io mi muovo soltanto dalle ginocchia in giù". Il resto del corpo gli sembrava freddo come pietra, pesante.  Arrivato al portico di casa sua si voltò per guardare i prati dietro di lui. I prati erano deserti. Una serie di botti violenti, come colpi di fucile. Porte che sbattevano, una dietro l'altra, nel viale. Le statue sono meglio, pensò Douglas. Almeno puoi tenerle per sempre. Ma non farle muovere mai, perchè se si muovono le perdi. D'un tratto alzò il pugno verso i prati, la strada, le ombre della notte che avanzavano. Aveva il sangue alla testa, gli occhi strabuzzanti. "John!" urlò. "Ehi, John! Sei il mio nemico, lo senti? Non amico, nemico! E non tornare mai più! Non farti più vedere! Nemico, mi senti? Ecco quello che sei! E' tutto finito fra noi, sei una carogna, carogna! John, ascoltami, John!"

Fine prima parte

 

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sabato, 08 novembre 2008, ore 16:12
postato da Druminilta in • P.link

"Quando quel groviglio acido inizia a pulsare al centro del petto così forte da nascondere i battiti del cuore, così imperante da costringerli a seguirlo e correre insieme a lui.........è in quel momento che vorrei essere marmo.
Pietra scalfita per riprodurre in un sorriso inerme la pace dell'infinita immutabilità.
Come una statua accarezzata dal vento, come in un abbraccio assonnato, il corpo sempre giovane e rotondo, la pelle bianca, il sorriso perennemente vivo. Nè falsità, nè verità. Solo la consapevolezza di apparire in eterno, di essere ora e sempre intrappolato, con i muscoli contorti in quel sorriso perpetuo. La pace del non vivere. La quiete del non sentire. Eternamente indifferente."

Riprendendo parte del soggetto di un post di Anyanka, mi chiedo........cosa ne pensate di una "poesia" come quella sopra? Cosa vi trasmette e cosa riuscite a coglierne? Letteralmente, metaforicamente, allegoricamente..... C'è dell'arte in quel che avete appena letto? Vi fa ridere o vi lascia addirittura indifferente? Rimando a dopo il mio giudizio, per adesso dico solo che quando l'ho letta non ho potuto fare a meno di cogliere, almeno nella prima parte, una metafora delle sventure della gastrite!
Comunque, una casa editrice la pubblicherebbe?

Ho letto del malcontento di aspiranti scrittori, fotografi, pittori, artisti in genere......ma quanti meritano di essere insigniti di tali titoli?
Sono sempre più convinta che molti di coloro i quali meritano davvero di essere definiti artisti, rischiano di rimanere a casa intrappolati in un sistema di produzione tutto votato al commercio e al successo monetario. E se è vero che tutto non è relativo o soggettivo, allora bisognerebbe concordare con il fatto che questo sistema è alimentato da fruitori che non ne capiscono un emerito tubo, capaci di apprezzare ed esaltare prodotti di basso o camuffato valore.
Parliamone...
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sabato, 01 novembre 2008, ore 17:59
postato da Druminilta in nana, émile zola, l assommoir • P.link

"Nana" è per molti solo un libro scandalo (dell'ottocento) in cui si parla di una sgualdrina che distrugge cuori e portafogli. Ma dal primo momento in cui l'ho letto non ho potuto fare a meno di pensare che Nana appartenesse a quella schiera di personaggi "vivi" della letteratura, che hanno assaporato il mondo e che io uso definire come coloro che hanno bramato leccare ogni cosa anzichè osservarla.  O forse qualsiasi cosa è strisciata sotto la loro lingua.
Bisognerebbe leggere per intero il ciclo dei Rougon Macquart per comprendere ciò che Zola ha espresso attraverso le sue opere, bisognerebbe leggere Thérèse Raquin, sorbire la violenza sorbita da Gervaise, provare l'amore difficile ed incestuoso di Renée  o la gelosia  morbosa della figlia di Hélène per cogliere la "passione" che popola i suoi romanzi. Sentimenti scomodi, a volte deviati, sofferenze superate grazie ad un abbrutito spirito di sopravvivenza ma mai pienamente elaborate e dimenticate, egoismi e vizi, passioni forti, positive e negative ma capaci di smuovere il meglio e il peggio della natura umana. C'è poco di divino, c'è il "fango" da cui sono nati i personaggi di questa famiglia e a cui saranno inevitabilmente e nuovamente destinati alla fine, a parte qualche eccezione.
Quel che mi dissero al liceo era che Zola applicava un metodo sperimentale alla sua attività di scrittore, un metodo che traeva ispirazione dal positivismo e dalla scienza. Egli assumeva quasi l'atteggiamento di un reporter che studiava i luoghi e gli ambienti in cui i suoi personaggi avrebbero preso vita. "Fotografava la realtà e descriveva con estrema cura la fotografia." In altri approfondimenti ho trovato la definizione del "movente" che a mio avviso ha caratterizzato buona parte della sua opera, o per lo meno di ciò che io ho letto: "Il suo movente romanzesco è la dipendenza dei personaggi dall'ambiente e dalla ereditarietà".  Lo stesso Zola afferma ne  "L'assommoir" che "come in fisica la gravità, così l'ereditarietà ha le sue leggi". E così Nana non poteva che fare quella fine. Un tale involucro di fascino e bellezza fiammeggiante ripieno di corruzione e contraddizione, non poteva che morire in tali orribili circostanze, non poteva che trasformarsi ancora in vita nella maschera di una morte feroce e disgustosa, non poteva che decomporsi quasi ancor prima di esalare l'ultimo respiro.
Nell'Assommoir si legge infatti: " l'hanno vista prendere il volo, sparire per qualche tempo, poi rifarsi viva portando a casa gli avanzi delle sue notti, andarsene di nuovo come se niente fosse e poi ricomparire all'improvviso, a volte in piume e trine come una mantenuta di lusso, a volte tanto sporca da non poterla prendere neppure con le molle." Un personaggio che ha conosciuto le frenesie del lusso, i piaceri del sesso, la facile condiscendenza dell'uomo così come l'odore di lenzuola e uomini sporchi addosso a lei, la frustrazione della povertà e la malizia attraverso cui fronteggiare la vita. Figlia di una donna, Gervaise, a cui era toccata una sorte altrettanto infelice: abbandonata dall'uomo da cui aveva già avuto due figli, sposa Coupeau, un operaio onesto e affettuoso,  ma che, a causa del bere, va in rovina, si trasforma in un bruto che le procura diversi lividi e sofferenze e che infine muore. Dall'unione con lui nascerà Nana. Gervaise ha un amico ed amante, Lantier, che però finirà col rivelarsi una persona altrettanto sbagliata che la costringerà pure a vendere il suo negozio di stiratrice pur di farsi mantenere. Così anche lei, abbrutita dal bere e dall'insoddisfazione, morirà da sola. C'è una parte del romanzo in cui la povera Gervaise chiede di non volere o aspettarsi poi molto, ma solo un piatto caldo e la possibilità di non essere picchiata ed è così che cede, illusa e desiderosa di affetto e rispetto, a Lantier. Quanta pena e tristezza mi ispirarono quelle pagine! Quello che Zola vuole dire è: da tutto ciò poteva mai venire fuori qualcosa di meglio che Nana? Considerato pure che Gervaise la partorisce per terra su uno stuoino e dopo un quarto d'ora la levatrice, appena giunta, deve accucciarsi vicino a lei per farle espellere la placenta? Ci sono tutti i requisiti perchè venga fuori una figlia bella, torbida e marcia.
Ma Nana è anche la descrizione della sgualdrina moderna che vive dell'adorazione di uomini frustrati, vuoti dentro o pieni di brutalità. E la sua morte, sul cui sfondo si odono le voci di "A Berlino! A Berlino!", è anche la metafora della Francia che stava per avviarsi alle mostruosità della guerra. E Zola descrive proprio quella società, i suoi veri uomini con le loro vere e terrene sofferenze e vicende.

Tante riflessioni mi hanno accompagnato durante a lettura di questo libro, prima fra tutte l'idea che la miseria e la sofferenza abbrutiscano l'uomo. Poi quanto spesso possa essere facile ed erroneamente confortante abbandonarsi alle dipendenze (alcol nel loro caso) . Ho pensato alla sottomissione e alla penosa vessazione di alcuni personaggi, o alle loro scelte coraggiose e rischiose. Ma sono pure convinta che questi siano i protagonisti veri, quelli che hanno visssuto perchè hanno "provato" , "sentito" e hanno preso consapevolezza del mondo che era intorno a loro e delle loro possibilità.

Prossima donna Rebecca Sharp!
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