Questo post non vuole essere contro nessuna religione, perchè rimango e sono agnostica.
Influenze
Antico testamento
Le antiche tradizioni del popolo ebraico, raccolte nella Torah e nei libri profetici, hanno al loro interno riferimenti alle divinità e alle pratiche di culto dei popoli limitrofi, quali Cananei, Edomiti, Ammoniti, Moabiti, Babilonesi e Assiri. Esistono elementi mitologici che richiamano temi da altre culture dell'Antico Vicino Oriente.
La storia del popolo ebraico viene fatta iniziare con Abramo, ma l'unica fonte storica disponibile a lui relativa e ai patriarchi è il libro della Genesi, che dovrebbe essere stato redatto nel V secolo a.C.
Nessuna delle fonti scritte dell'Antico testamento è precedente all'età ellenistica, i primi papiri delle caverne di Qurmran risalgono al primo secolo a.C.. In quell'epoca i testi furono sottoposti a correzioni per riprodurre una coerenza teologica e diminuire così gli elementi mitologici.
La storia del diluvio si basa sulla versione babilonese, sebbene abbia assunto nella versione biblica un altro significato.
La storia del diluivio di Ninive (TAVOLA XI DELL'EPOCA DI GILGAMESH)
Utnapishtim, che abtia nella città babilonese di Shurrupak, riceve un messaggio dal dio EA che lo avvisa del prossimo Diluvio scatenato dagli dei e gli dice di costruire un'imbarcazione con misure precise. Gli consiglia, inoltre, di rispondere alle domande dei suoi concittadini affermando di prepararsi a vivere con EA nella sua dimora acquatica sottoterra. Quando l'imbarcazione è pronta, vi fa salire la sua famiglia e la carica con oro, argento e tutte le specie di creature viventi. Al momento stabilito, le dighe scoppiano, le acque sotterranee si gonfiano e inizia a piovere. La tempesta è così violenta che persino gli dei si rannicchiano come cani. Giunti al settimo giorno, il diluvio cessa e quanto Utnapishtim apre una feritoia e guarda all'esterno, comprende che la sua imbarcazione si è arenata. Libera allora una colomba che, non trovando alcun luogo dove riposare ritorna all'imbarcazione. Anche la rondine fa la stessa cosa; infine lascia libero un corvo, che ritorna. L'uomo fa sbarcare la famiglia, offre in sacrificio libagioni e brucia incenso. Gli dei sentendo i dolci profumi, si riuniscono come mosche intorno al sacerdote e alla sua offerta. Giunge quindi la Dea Madre, piangendo la morte delle sue creature e giurando che non dimenticherà mai quello che è accaduto. Accusa Enlil della distruzione quasi completa dell'umanità. Sebbene Enlil sia furioso perchè una famiglia si è comunque salvata, si placa quando EA gli confessa di essere stato lui a organizzare la fuga di Utnapishtim. Enlil benedice l'eroe e sua moglie, concedendo loro la vita eterna.
Esistono altre versioni del diluvio universali sia babilonesi che assire.
Nella mitologia babilonese si legge:"... dal sangue mischiato ad argilla EA crea l'uomo..." Nell'antico testamento: "Allora Dio, il Signore, prese dal suolo un po' di terra, con quella plasmò l'uomo..."
La torre di Babele
La torre biblica potrebbe essere la gigantesca ziqqurat iniziata dal sovrano babilonese Nabucodonosor I (XII sec. a.C.). La ziqqurat Etemenanki, dedicata al dio Marduk, nel periodo Nabopolassar era alta 62 cubiti (circa 15 o 23 m). Fu visitata da Erodoto, che nonostante le varie distruzioni causate dal re persiano Serse I, la descrive come un monumento imponente. Per questa sua "grandezza" fu considerata dagli Ebrei simbolo di arroganza.
Sodoma e Gomorra potrebbe, ma qui non si è sicuri, trarre la propria origine dalla mitologia greca di Filemone e Bauci.
Un'altra cosa che si trova nei racconti biblici è abbandonare i figli nel fiume in ceste di vimini come... "La regina di Nesha... mette i bambini in ceste di vimini e quindi li getta nel fiume..."
Any
L'Atrahasîs (atra-hasîs, "il sommamente saggio") è un poema epico in lingua accadica della prima metà del II millennio a. C. (da alcuni datato al XVIII secolo a.C.) di circa 1250 versi, che contiene, con alcuni elementi di novità, una serie di miti tradizionali mesopotamici, quali ad esempio quelli della Creazione e del Diluvio riferiti da precedenti poemi sumerici come Enki e Ninmah e la Genesi di Eridu.Il mito del Diluvio sarà ripreso nel XII secolo a.C. dall'Epopea di Gilgamesh, rappresentata dal poema babilonese Enuma elish ("Quando in alto"), e dalla Bibbia e dal Corano. (Wikipedia)
) .....questo non importa, ma qual è il vostro punto di vista?

Ed è stata realizzata sempre dall'autrice!
Catherine ovviamente fugge via in lacrime, colma di vergogna ed indicibile imbarazzo e, quando dopo qualche ora è costretta a scendere insieme agli altri per la cena, è paurosamente mortificata e si aspetta che Tinley assuma nei suoi confronti un atteggiamento freddo e distaccato e non la ami più. Ciò che si ritrova davanti è invece un ragazzo ancora più gentile e premuroso di prima, cosciente che mai come in quel momento Catherine avesse bisogno di dolcezza e conforto.
Il viaggio della Strega bambina di Celia Rees
E' un libro che si legge tutto d'un fiato. In forma "quasi epistolare", una sorta di diario. Il diario di una strega bambina. Diviso in tre parti: la fuga dall'Inghilterra, il viaggio in nave, la vita nei pressi di una foresta, non lontano da Salem. Nel romanzo si affronta il tema del diverso: la guaritrice, la donna, la ragazza sola, il selvaggio/l'indiano. Mary è una ragazzina libera, diversa, per sua stessa ammissione: una "curatrice", una "veggente". Non segue le regole del "branco", non crede alla superstizione, non si abbandona a stupidi pregiudizi. Mary non teme la foresta, anzi, da essa trae molte lezioni, conosce il popolo degli Indiani, impara a distinguere le erbe. E' diversa dalle altre ragazze/bambine del villaggio, non pensa a "mettere su famiglia", non punta ad un uomo, non cade in tentazione e soprattutto non cede alle lusinghe, nè si fa ricattare da coloro che l'additano come "strega" o da quelle che le domandano "incantesimi d'amore". Coraggiosa, impulsiva e libera. Nasconde le pagine del suo diario in una trapunta, e fugge da morte certa, rifugiandosi nel bosco, quel bosco che incute terrore agli uomini bianchi, "puritani", del 1600.
E' una lettura che trascina... coinvolgente, attuale.

La luce negli occhi di Haria
Ci sono molte "Haria", in fuga dal proprio "destino", alla scoperta del senso della "vita" e della "libertà". Donne "magiche", forti, "guerriere". In fuga, nel bosco. Nelle loro vene scorre un sangue potente, quello "drusco", un sangue di donne consapevoli, di spietata bellezza. Accomunate da una strana luce verde negli occhi, e da un filo suggestivo che le lega nei secoli.
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Il libro tratta di streghe, wicca, stregheria, leggende, tradizioni e altro.
Anticipazione:
Dal 1700 il vocabolo sciamanesimo è stato utilizzato per individuare le pratiche religiose dei popoli altaici, paleosiberiani e uralici; la parola stessa ha origine nella lingua del popolo degli Evenki (un popolo alcaico), che con il termine šaman raffigurava il personaggio principale delle loro cerimonie. Col tempo il vocabolo sciamanesimo ha racchiuso nel suo significato l’esperienza religiosa di varie etnie. La figura dello sciamano si incontra in tutti i continenti, soprattutto nelle popolazioni nomadi. Le origini di tali pratiche sembrano risalire al Paleolitico (tra il 30000 e 10000 a.C.), le cui tracce sono state scoperte nelle caverne di Altamira (Spagna meridionale), di Rocamadour e Lascaux (Francia) e nei graffiti siberiani dell’epoca. In alcuni testi, come “I canti degli sciamani” a cura di F. Paolo Campione, sono stati raccolti dei “canti” di alcune popolazioni, spesso tramandati da sciamano a sciamano; ricercatori ungheresi, finlandesi e russi, a partire dalla metà del secolo scorso, riuscirono a raccogliere una buona parte del materiale. Lo sciamano è una figura straordinaria, il tramite tra l’umano e il divino: guaritore, erborista, mago, uomo di medicina. Le popolazioni eschimesi chiamano lo sciamano elik, colui che ha occhi; i siberiani enenalan, uomo illuminato; i cinesi cheng-jen, l’iniziato.
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Inizialmente la Dea, come nelle statue provenienti dalla Creta Minoica, veniva raffigurata in compagnia di animali come serpenti e gatti, entrambi demonizzati dalla concezione cattolica. Il serpente, secondo la tradizione biblica, diviene il simbolo della “conoscenza”, della “penetrazione”, e induce Eva al peccato. Il gatto compare come animale sacro ne “Libro dei morti” (Egitto), dove uccide il malvagio serpente Apophis, strappandogli la testa. Nell’Antico Egitto questo animale era protetto dalla Dea Bastet, il quale culto raggiunse una tale diffusione, che chiunque avesse recato danno ad un gatto, sarebbe stato punito dalla legge; ciò nonostante i navigatori Fenici li contrabbandarono fuori dal paese, insieme ad altre merci ritenute preziose. Grazie ai Romani, il gatto raggiunse le Isole Britanniche; nella Roma antica i gatti erano sacri a Diana e si pensava avessero poteri magici, quando moriva un gatto nero, le ceneri venivano sparse sui campi come simbolo di fertilità; presso i Germani questi animali erano sacri alla Dea Freya. Per questa origine pagana, il gatto venne più volte indicato come la personificazione del male, ed è probabile che il costume francese di murare il gatto tra le mura di una chiesa, volesse dare ad intendere il trionfo del bene sul male. Nell’Europa medievale le fate, da prima eleganti e bellissime, vennero trasformate dagli scrittori in esseri malefici, stessa cosa accadde per i gatti, i quali venivano uccisi nei campi a sprangate dopo le messe o seppelliti vivi nei crocicchi.
Sono in rete da otto anni, e da otto anni cito il mio libro preferito, "L'estate incantata", senza aver mai osato scrivere qualcosa di serio a riguardo. Ci provo.
Perchè Amo l'Estate incantata?
La prima volta che lessi il testo di Bradbury avevo 14 anni, me lo donò la mia ex migliore amica... da allora, ne regalo una copia ai "più che conoscenti", con qualche salto mortale (è praticamente sparito dalle librerie). Grazie a questo libro, iniziai ad amare il mio ex, perchè anche lui, come me, lo conosceva, lo so... sono strana .
La scrittura di Bradbury ha quel certo "tocco", quel certo spessore, che manca nei romanzi moderni. A differenza di altri scrittori, cattura il lettore attraverso l'analisi dei sentimenti, portandolo in un regno immaginifico, dove i protagonisti sono "infantili". L'Estate incantata, che in originale si chiama "Dandelion wine" (vino di dente di leone, da noi conosciuto come tarassaco), è una "fiaba" corale. Il palcoscenico è Green Town, e nel ripetersi dei riti estivi (le scorpacciate di gelati, la raccolta delle more, la preparazione del vino di dente di leone, le chiacchierate serali) si sviluppano le varie vicende, apparentemente superficiali.
Douglas, il protagonista principale di questa opera, considerata a torto minore, scopre la vita e la morte. La grandezza di Bradbury sta nel raccontare la paura, il dolore, l’odio, l’amore, l'infanzia e la vecchiaia, seguendo una linea logica, mai psicologica, incentrando la storia nel magico, quasi fiabesco. E sebbene l'esistenza quotidiana abbia la meglio sull'intreccio narrativo, a vincere è il fascino profondo della vita, che noi diamo per scontata.
Ho avuto un'infanzia, nonostante tutto, felice, e come il protagonista, Douglas, ho scoperto di essere viva in un giorno d'estate. Questo episodio, che per i cinici può sembrare "normale", fa parte dell'esistenza stessa dell'essere umano. Chi sono?, è una domanda che ci poniamo da sempre.
"Porterò io i secchi" disse. "Per stavolta, fate portare tutto a me."
Gli diedero i secchi sorridendo, leggermente sorpresi. Douglas incominciò a camminare, barcollando per il peso del raccolto, dei frutti densi di sciroppo stretti nelle braccia, che gli arrivavano quasi a terra. Voglio sentire tutto quello che c'è da sentire, pensò. Sentirmi stanco, per esempio: non devo dimenticarlo, SONO VIVO, so che sono VIVO, e non devo dimenticarlo nè stasera nè domani, nè il giorno dopo.
La morte
Ci insegnano che la morte faccia parte della vita, nonostante tutto essa ci coglie impreparati. La bellezza del libro... sta nel riuscire a raccontare questa esperienza dolorosa attraverso gli occhi di un bambino, senza scadere nella retorica, o meglio, nel patetico.
Tom aveva solo dieci anni. Sapeva poco della morte, della paura, del terrore. La morte era la creatura di cera che avevano messo nella bara quando lui aveva sei anni e il bisnonno se n'era andato. La morte era la sorellina che un giorno, quando lui aveva sette anni, lo aveva fissato immobile nella culla, con gli occhioni spalancati, vitrei e ciechi, ed era rimasta così finchè non erano venuti a prenderla degli uomini con un piccolo feretro di vimini. La morte era la sensazione che Tom aveva provato un mese dopo, guardando il seggiolone di sua sorella e sapendo che non ci si sarebbe seduta mai più, che non avrebbe mai più pianto o riso, rendendolo geloso col solo fatto di essere nata. Era quella, la morte....
Il dolore e l'odio, la perdita di un'amicizia
Nell'infanzia, a dispetto di quello che si pensi, i sentimenti sono amplificati. Siamo frutto del "passato".
I ragazzi si sparpagliarono di qua e di là, gridando. John fece pochi passi, poi s'immobilizzò dov'era. Douglas contava lentamente. Voleva che tutti avessero il tempo di allontanarsi e perdersi nei rispettivi mondi. Quando il momento di frenesia si fu placato, Douglas raccolse il fiato e disse: "Fermi, ora!". Tutti si bloccarono nella posa del momento. Lentamente Douglas si avviò verso John Huff, che sembrava un cervo di bronzo nel crepuscolo. In lontananza gli altri ragazzi stavano chi con le mani per aria, chi con la faccia stravolta, chi con gli occhi lucenti come un animale impagliato. Ma John era diverso, John era solo ed immobile, e nessuno poteva rompere l'incantesimo di quel momento. Douglas cominciò a girare intorno alla statuina, prima da una parte e poi dall'altra. La statua non si muoveva, non parlava. Guardava l'orizzonte, un leggero sorriso sulle labbra. (...) "Ora non muoverti, John, non battere nemmeno le ciglia. Ti ordino di rimanere fermo e di non spostarti da dove sei per le prossime tre ore!" "Doug..." John aveva mosso le labbra. "Di marmo!" disse Douglas. John guardava ancora il cielo, ma non sorrideva più. "Devo andarmene sussurrò." (...) "Faremo ancora un gioco" disse John. "Ma stavolta la conta la faccio io. Correte!" I ragazzi si misero a correre. "Fermi, ora!" I ragazzi si bloccarono, Douglas fra loro. "Non muovete un muscolo! Non un capello!" John si avvicinò a Douglas: "Ragazzi, è così che si fa". Douglas guardava il cielo della sera. "Per i prossimi tre minuti rimanete immobile come statue!" Douglas sentì John camminargli intorno, proprio come aveva fatto lui qualche momento fa. John lo colpì al braccio una volta, non seriamente. "Addio" disse. Poi ci fu un rumore di passi in corsa, e senza bisogno di voltarsi capì che non c'era più nessuno dietro di lui. Lontano, un treno fischiò. Douglas rimase immobile per un lungo minuto, aspettando che l'eco dei passi in corsa si fosse spenta; ma non si spegneva. Sta ancora correndo, ma non sembra si allontani. Perchè continua a correre? Poi si rese conto che il tonfo era quello del suo cuore, e gli martellava nel petto. Ferma! Douglas si portò una mano al petto. FERMATI! Non mi piace il tuo rumore! Scoprì di essersi messo a camminare; si muoveva fra le altre statue, ma non sapeva se anche loro fossero tornate in vita. Non sembrava. "Se è per questo" pensò "anch'io mi muovo soltanto dalle ginocchia in giù". Il resto del corpo gli sembrava freddo come pietra, pesante. Arrivato al portico di casa sua si voltò per guardare i prati dietro di lui. I prati erano deserti. Una serie di botti violenti, come colpi di fucile. Porte che sbattevano, una dietro l'altra, nel viale. Le statue sono meglio, pensò Douglas. Almeno puoi tenerle per sempre. Ma non farle muovere mai, perchè se si muovono le perdi. D'un tratto alzò il pugno verso i prati, la strada, le ombre della notte che avanzavano. Aveva il sangue alla testa, gli occhi strabuzzanti. "John!" urlò. "Ehi, John! Sei il mio nemico, lo senti? Non amico, nemico! E non tornare mai più! Non farti più vedere! Nemico, mi senti? Ecco quello che sei! E' tutto finito fra noi, sei una carogna, carogna! John, ascoltami, John!"
Fine prima parte
C'è dell'arte in quel che avete appena letto? Vi fa ridere o vi lascia addirittura indifferente? Rimando a dopo il mio giudizio, per adesso dico solo che quando l'ho letta non ho potuto fare a meno di cogliere, almeno nella prima parte, una metafora delle sventure della gastrite! 